poetry etc

Hubble deep field

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01.08.2016

 

 

 

Un’unica forza, l’Amore, che unisce infiniti mondi e li rende vivi!

Giordano Bruno

 

A human being is part of a whole, called by us the Universe, a part limited in time and space. He experiences himself, his thoughts and feelings, as something separated from the rest a kind of optical delusion of his consciousness. This delusion is a kind of prison for us, restricting us to our personal desires and to affection for a few persons nearest us. Our task must be to free ourselves from this prison by widening our circles of compassion to embrace all living creatures and the whole of nature in its beauty.”
Albert Einstein

In nature, nothing is perfect and everything is perfect. Trees can be contorted, bent in weird ways, and they’re still beautiful (Cit. Petra)  I  love this quote.

“Dimentica tutto quello che ti hanno insegnato i pedanti.
Convinciti che niente ti è impossibile.
Pensati in grado di comprendere tutto: le arti, le scienze, la natura di ogni essere vivente.
Richiama a te tutte le sensazioni di ciò che esiste: del fuoco, dell’acqua…
Immagina di essere ovunque, sulla terra, nel mare, in cielo… di non essere ancora nato, poi di trovarti nel grembo materno, quindi di essere adolescente, vecchio, morto…  AL DI Là DELLA MORTE”.

Giordano Bruno

 
– Giordano Bruno

Immaginare,dal latino : in me mago agere

La fotografia umanista è caratterizzata da un’attenzione esclusiva nei confronti dell’uomo e della sua vita quotidiana, lo stile viaggia tra documentazione e ‘realismo magico’, le atmosfere vagamente surreali rendono, nella loro semplicità e umiltà, un aspetto poetico allo scatto.
I fotografi umanisti raccolgono momenti di vita cogliendo aspetti che rendono speciale la visione del quotidiano.

Il Grande Henri Cartier Bresson diceva
« C’est l’humanité qui m’intéresse, c’est la pulpe »,
il suo intento era « donner à voir (…) l’infiniment humain », …l’INFINITAMENTE UMANO… l’essenza stessa della vita, il miracolo delle piccole azioni di ogni giorno.
Attraverso gli obiettivi dei fotografi umanisti la vita di tutti i giorni diventa ninfatti una specie di teatro, gli anonimi soggetti della strada si trasformano in attori della “commedia umana” Doisneau lo definiva « lo spettacolo permanente e gratuito della vita quotidiana»

Orazio Carpe diem

Non chiedere,o Leuconoe,(è illecito saperlo)qual fine abbiamo a te e a me assegnato gli dei,
e non scrutare gli oroscopi babilonesi.Quant’è meglio accettare quel che sarà!
Ti abbia assegnato Giove molti inverni,oppure ultimo quello che ora affatica il mare Tirreno
contro gli scogli,sii saggia,filtra vini,tronca lunghe speranze per la vita breve.
Parliamo,e intanto fugge l’astioso tempo.
Afferra l’oggi,credi al domani quanto meno puoi.

Orazio Carpe diem (65 a.C.-8 a.C.)

Mist – Henry David Thoreau

Low-anchored cloud,
Newfoundland air,
Fountain head and source of rivers,
Dew-cloth, dream drapery,
And napkin spread by fays;
Drifting meadow of the air,
Where bloom the dasied banks and violets,
And in whose fenny labyrinth
The bittern booms and heron wades;
Spirit of the lake and seas and rivers,
Bear only purfumes and the scent
Of healing herbs to just men’s fields!

Henry David Thoreau

La storia di Osso, Mastrosso e Carcagnosso

Le mafie nate sull’isola di Favignana ad opera di cavalieri spagnoli

Favignana.Le immagini di Enzo Patti, lo scritto di Enzo Ciconte, le parole di un magistrato antimafia come Vincenzo Macrì, il telaio sul quale è stato posto con dovizia di particolari e quasi a sintesi di decennali conoscenze dall’ex presidente delle commissioni antimafia regionale e nazionale, Francesco Forgione. Tutto questo per raccontare una leggenda che tanto leggenda pare non sia, ed è quella della nascita delle tre più pericolose organizzazioni mafiose del nostro Paese, mafia, ‘ndrangheta e camorra, su quello che all’epoca era un isolotto, nel mare delle Egadi a Favignana. Si parla di riti, ma anche di realtà criminale, forte, marcata, negli accenti, nelle violenze e oggi nelle infiltrazioni.

Osso, Mastrosso e Carcagnosso i “fondatori”, che in comune con i mafiosi di oggi hanno anche il verbo e il comportamento, che come i moderni mafiosi insistono nel ritrovare tra le pagine delle sacre scritture, della bibbia, mafiosi che chiudono lettere in cui ordinano vendette sanguinose salutandosi in nome di Madonne e Santi. Mafiosi come il capo mafia di Mazara, Andrea Manciaracina, ma non solo lui, avrebbero usato la bibbia, sottolineandone alcuni passaggi per fare passare all’esterno alcuni messaggi. Mafiosi come il latitante di Castelvetrano, Matteo Messina Denaro, che nel giorno dell’anniversario della morte del padre, il “campiere” capo mafia, il “padrino” Francesco Messina Denaro, fece pubblicare un necrologio citando versetti del vangelo di San Matteo.Domani 5 agosto il libro Osso, Mastrosso e Carcagnosso verrà presentato alla Tonnara Florio di Favignana, l’impiastro, dicono gli autori, è quello di una epopea cavalleresca, credenze religiose, riti massonici.

Leggenda? Mica tanto. Nicola Calipari l’uomo dei servizi morto in Iraq salvando dal sequestro la giornalista Giuliana Sgrena, in Australia addirittura andò a trovare uno dei codici della ‘ndragheta. Osso, Matrosso e Carcagnosso erano tre cavalieri di Toledo che nel 1400 ripararono a Favignana dopo che col sangue avevano lavato l’onore violato della sorella, a Favignana restarono in cella per 30 anni. I segni della dominazione spagnola restano ancora ben visibili in una parte dell’isola dove è stato trovato, grazie anche alle ricerche di un sacerdote, un trono, e anche delle stanze, alcune adibite a celle e a luoghi di tortura. Da quella detenzione la leggenda racconta che i tre uscirono con saperi diversi ma con un comune denominatore, Osso restò in Sicilia spargendo il sapere mafioso di Cosa Nostra, Carcagnosso, andò a Napoli fondando lì la camorra, Mastrosso, si fermò in Calabria a fondare la ‘ndrangheta, forse quella riuscita meglio perché per secoli è rimasta la meno vista, la più sommersa, delle organizzazioni criminali.Tutta leggenda? A leggere le poche righe di don Pietro Ulloa, procuratore generale di Trapani del 1838. ”Non vi è impiegato in Sicilia che non si sia prostrato al cenno di un prepotente e che non abbia pensato di trarre profitto dal suo ufficio. Questa generale corruzione ha fatto ricorrere il popolo a rimedi oltremodo strani e pericolosi. Vi ha in molti paesi delle Fratellanze, specie di sette che diconsi partiti, senza riunione, senz’altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là unt arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di far esonerare un funzionario, ora di conquistarlo, ora di proteggere un funzionario, ora di incolpare un innocente…al centro di tale stato di dissoluzione evvi una capitale …città nella quale vivono 40 mila proletari, la cui sussistenza dipende dal lusso e dal capriccio dei grandi. In questo umbelico di Sicilia si vendono gli uffici pubblici, si corrompe la giustizia, si fomenta l’ignoranza”.Era il 1838, ma potrebbe ancora essere il 2010.

Favignana, 04.08.2010 | di Rino Giacalone

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09.05.1978

Stamattina Peppino avrebbe dovuto tenere il comizio conclusivo della sua campagna elettorale.
Non ci sarà nessun comizio e non ci saranno più altre trasmissioni. Peppino non c’è più, è morto, si è suicidato. No, non sorprendetevi perché le cose sono andate veramente così. Lo dicono i carabinieri, il magistrato lo dice. Dice che hanno trovato un biglietto: “voglio abbandonare la politica e la vita”.
Ecco questa sarebbe la prova del suicidio, la dimostrazione. E lui per abbandonare la politica e la vita che cosa fa: se ne va alla ferrovia, comincia a sbattersi la testa contro un sasso, comincia a sporcare di sangue tutto intorno, poi si fascia il corpo con il tritolo e salta in aria sui binari. Suicidio.
Come l’anarchico Pinelli che vola dalle finestre della questura di Milano oppure come l’editore Feltrinelli che salta in aria sui tralicci dell’Enel. Tutti suicidi. Questo leggerete domani sui giornali, questo vedrete alla televisione. Anzi non leggerete proprio niente, perché domani stampa e televisione si occuperanno di un caso molto importante. Il ritrovamento a Roma dell’onorevole Aldo Moro, ammazzato come un cane dalle brigate rosse. E questa è una notizia che naturalmente fa impallidire tutto il resto. Per cui chi se ne frega del piccolo siciliano di provincia, ma chi se ne fotte di questo Peppino Impastato. Adesso fate una cosa: spegnetela questa radio, voltatevi pure dall’altra parte, tanto si sa come vanno a finire queste cose, si sa che niente può cambiare. Voi avete dalla vostra la forza del buonsenso, quella che non aveva Peppino.
Domani ci saranno i funerali. Voi non andateci, lasciamolo solo. E diciamolo una volta per tutte che noi siciliani la mafia la vogliamo. Ma non perché ci fa paura, perché ci dà sicurezza, perché ci identifica, perché ci piace. Noi siamo la mafia. E tu Peppino non sei stato altro che un povero illuso, tu sei stato un ingenuo, sei stato un nuddu miscato cu niente. (Salvo Vitale) [A Radio Aut la notte della morte di Peppino Impastato]

“Li chiamarono… briganti!”

“E intorno a noi il timore e la complicità di un popolo. Quel popolo che disprezzato da regi funzionari ed infidi piemontesi sentiva forte sulla pelle che a noi era negato ogni diritto, anche la dignità di uomini. E chi poteva vendicarli se non noi, accomunati dallo stesso destino? Cafoni anche noi, non più disposti a chinare il capo. Calpestati, come l’erba dagli zoccoli dei cavalli, calpestati ci vendicammo. Molti, molti si illusero di poterci usare per le rivoluzioni. Le loro rivoluzioni. Ma libertà non è cambiare padrone. Non è parola vana ed astratta. È dire senza timore, È MIO, e sentire forte il possesso di qualcosa, a cominciare dall’anima. È vivere di ciò che si ama. Vento forte ed impetuoso, in ogni generazione rinasce. Così è stato, e così sempre sarà…” Carmine Crocco

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I contadini lucani nella loro secolare storia hanno avuto tre guerre collocate nel tempo, la prima delle quali fu contro i greci che conquistarono queste terre. Da un lato c’erano gli eserciti organizzati degli Achei con le loro armi; dall’altro i contadini con le loro scuri, le falci e i coltelli. La seconda guerra fu quella contro i Romani che permise la diffusione della teocrazia statale con tutte le sue incomprensibili leggi. Infine la terza e ultima fu quella dei briganti: i contadini non avevano cannoni come “l’altra Italia” che li stava sottomettendo, ma avevano la rabbia dovuta alla povertà, all’emigrazione, all’ingiustizia sociale che il nuovo stato savoiardo stava perpetrando nelle terre meridionali.“
(Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli)

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Charles Baudelaire,To a passer-By,A una passante

To a Passer-By

The street about me roared with a deafening sound.
Tall, slender, in heavy mourning, majestic grief,
A woman passed, with a glittering hand
Raising, swinging the hem and flounces of her skirt;

Agile and graceful, her leg was like a statue’s.
Tense as in a delirium, I drank
From her eyes, pale sky where tempests germinate,
The sweetness that enthralls and the pleasure that kills.

A lightning flash… then night! Fleeting beauty
By whose glance I was suddenly reborn,
Will I see you no more before eternity?

Elsewhere, far, far from here! too late! never perhaps!
For I know not where you fled, you know not where I go,
O you whom I would have loved, O you who knew it!

— William Aggeler, The Flowers of Evil (Fresno, CA: Academy
Library Guild, 1954)

A una Passante

La via assordante strepitava intorno a me.
Una donna alta, sottile, a lutto, in un dolore
immenso, passò sollevando e agitando
con mano fastosa il pizzo e l’orlo della gonna,
agile e nobile con la sua gamba di statua.
Ed io, proteso come folle, bevevo
la dolcezza affascinante e il piacere che uccide
nel suo occhio, livido cielo dove cova l’uragano.
Un lampo… poi la notte! – Bellezza fuggitiva
dallo sguardo che m’ha fatto subito rinascere,
ti rivedrò solo nell’eternità?
Altrove, assai lontano di qui! Troppo tardi! Forse mai!
Perché ignoro dove fuggi, né tu sai dove vado,
tu che avrei amata, tu che lo sapevi!

Un ricordo di Edoardo Sanguineti

La ballata delle donne

Quando ci penso,
che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.

Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.

Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.

Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.

Femmina penso, se penso l’umano
la mia compagna, ti prendo per mano.

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Abbi cura di te. Ogni volta in cui, crescendo, avrai voglia di cambiare le cose sbagliate in cose giuste, ricordati che la prima rivoluzione da fare e’ quella dentro se stessi, la prima e la più importante. Lottare per un’idea senza avere un’idea di se’ è una delle cose più pericolose che si possano fare. Ogni volta che ti sentirai smarrita, confusa, pensa agli Alberi, ricordati del loro modo di crescere. Ricordati che un albero con molta chioma e poche radici viene sradicato al primo colpo di vento, mentre in un albero con molte radici e poca chioma la linfa scorre a stento. Radici e chioma devono crescere in egual misura, devi stare nelle cose e starci sopra, solo così potrai offrire ombra e riparo, solo così alla stagione giusta potrai coprirti di fiori e di frutti. E quando poi davanti a te si apriranno tante strade e non saprai quale prendere, non imbucarne una a caso, ma siediti e aspetta. Respira con la profondità fiduciosa con cui hai respirato il giorno in cui sei venuta al mondo, senza farti distrarre da nulla, aspetta e aspetta ancora. Stai ferma, in silenzio, e ascolta il tuo cuore. Quando poi ti parla, alzati e va’ dove lui ti porta.                   Susanna Tamaro -Va dove ti porta cuore-

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